lunedì 26 settembre 2016


Quando nel 1935, le navi che trasportavano i nostri soldati verso l'Africa Orientale percorsero il canale di Suez (realizzato fra il 1859 e il 1869 su progetto dell'italiano Luigi Negrelli) furono salutate da entusiastiche dimostrazioni dei connazionali residenti in Egitto.
Una suggestiva copertina dell'indimenticabile "Domenica del Corriere", illustrata da Achille Beltrame, ci mostra appunto le navi dei legionari circondate da imbarcazioni colme di italiani festanti con bandiere tricolori. Annunciando alla radio l'inizio dell'impresa africana, Benito Mussolini aveva esaltato la mobilitazione di milioni di italiani, "un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola".
In quei giorni, una giovane italiana, nata in Francia e residente in Egitto, divenne famosa in tutto il mondo per le manifestazioni di fervido patriottismo di cui si rese protagonista all'indirizzo dei nostri legionari, sfidando l'ostilità inglese. Il suo nome: Maria Uva.
Un nome caro a generazioni di italiani autentici, come quelli di Norma Cossetto, la martire istriana, di Maria Pasquinelli, che colpì l'oppressore inglese, di Alfa Giubelli, che vendicò il sacrificio materno.
Maria Uva si sentiva, come mi ha detto nei giorni scorsi, "mamma, sorella, sposa di tutti i legionari". Oggi la "ragazza del canale di Suez" è una dolce signora di 94 anni che trascorre le sue giornate, leggendo e conversando, in un pensionato di Meldola, la cittadina romagnola nei pressi di Forlì, che la ospita da anni. E' piccola, esile, fragile. Solo rievocando le vicende drammatiche e sanguinose delle persecuzioni che dovette subire nel 1945, ad un certo punto, s'è commossa abbandonandosi ad un lungo singhiozzo.
Eppure si sente che questa donnina è dotata tuttora d'una grande energia interiore ed è ancora capace d'entusiasmi giovanili, soprattutto quando ricorda e rievoca i tempi e gli episodi della sua "avventura africana".
Maria nacque in Francia a Villeneuve, presso Lourdes, nella famiglia De Luca, d'origine piemontese. Suo marito, Pasquale Uva, era nato invece in Egitto da genitori pugliesi. Quando gli italiani, sfidando le minacce della "Home Fleet" albionica, attraversarono il Canale di Suez (l'Egitto era controllato dagli inglesi) dirigendosi verso i porti dell'Eritrea e della Somalia, Maria si trovava nella terra dei Faraoni da 9 anni, avendo raggiunto la sorella che viveva al Cairo. Si era sposata nel 1933 ed abitava a Porto Said. Infiammata d'italianità, con l'amico Nino Scotto, si distinse ben presto nelle manifestazioni di saluto e solidarietà verso i nostri soldati colonizzatori che andavano a conquistare "il posto al sole" ed a spezzare le catene degli schiavi. Un piccolo arabo correva ad avvertirla: "Il piroscafo!" e allora Maria, ammantata in un tricolore, volava verso le sponde del Canale, gridava (senza microfono!) tutto il suo amore e cantava le canzoni della Patria.
Correva felice e rispondeva al saluto entusiasta dei soldati, aggrappati alle sartie. "Fin dove ci accompagni, Maria?", le chiedevano sorridenti. "Fino ad Addis Abeba!" gridava Maria. In effetti, li accompagnava ogni volta per novanta chilometri, talvolta correndo a piedi o pilotando l'auto. Ed era davvero uno spettacolo straordinario - e divenne come un "mito" in tutto il mondo - quella "giovane in tricolore" che esprimeva gioia e fervore, salutata da tutti quei soldati e marinai che esplodevano festosamente alla sua apparizione.
Gli inglesi, naturalmente, masticavano amaro e non nascondevano il loro disappunto.
Maria se ne infischiava dell'ambiente ostile che la circondava, non aveva paura.
Intanto la sua popolarità cresceva fra le comunità italiane nel mondo, anche a Brooklyn, dove la sua immagine era esposta nei negozi e sulle copertine dei nostri periodici. Maria Uva era divenuta il dolce simbolo del patriottismo italiano, l'espressione di una femminilità che s'imponeva fra tante difficoltà, rivendicando un suo ruolo attivo nell'ora del più esaltante impegno nazionale. Ma la reazione inglese non si fece attendere: il marito di Maria Uva si ritrovò senza lavoro e le angherie nei confronti della giovane coppia si moltiplicarono al punto che i due coniugi dovettero far ritorno in Italia nel 1937. Maria si ritrovò all'altare della Patria con gloriosi reduci della conquista dell'impero e fu poi ricevuta a Palazzo Venezia da Colui che ancora chiama affettuosamente "il mio Duce".
Mussolini l'accolse con grande simpatia ripetendo: "Siete tre volte italiana!". Alludeva al suo fervore dell'italianità, intatto malgrado la lunga permanenza all'estero, in Francia, in Egitto.
Onorata dal Duca D'Aosta e da Piero Parini, Segretario dei Fasci degli Italiani all'Estero, Maria fu invece delusa dall'incontro con Bottati, vago ed elusivo di fronte alle richieste di un posto di lavoro. Eppure le era stato consegnato un distintivo, fregiato del gladio romano, col quale il Duce le manifestava la riconoscenza del popolo italiano per il suo esemplare patriottismo!
Fra l'altro la decorazione era stata indirizzata "Alla Signorina Maria Uva", con evidente (logico) disappunto del legittimo consorte.
Pasquale Uva, morto nel 1969 a Meldola dove abitava con la moglie da 33 anni, trovò impiego a Milano nell'Azienda ferrotranviaria, mentre Maria s'impiegò dapprima all'O.N.M.I. presieduta dal famoso Marinotti della Snia Viscosa e qui si deve rilevare la grande capacità della giovane profuga nell'inserirsi negli ambienti altolocati, senza che la frequentazione dei personaggi della nobiltà e della finanza (dai Matarazzo alle Trivulzio) venisse a scalfire in alcun modo la sua spontanea freschezza ed il suo assoluto disinteresse.
Anzi Maria, che nel frattempo diede alle stampe il suo "Libro di Maria" (rievocazione appassionata della vicenda di cui era stata protagonista), approfittò della rete di conoscenze per dare vita ad iniziative di alto valore morale e di rilievo sociale (oggi si direbbe di volontariato) come "L'ora della lana", facendo fare le calzette alle signore dei salotti milanesi e impiegando le detenute di san Vittore nella preparazione degli abiti per i bimbi.
Sia le nobildonne e le signore che le carcerate erano così impegnate nelle iniziative di Maria Uva, grazie alle quali furono vestiti ben 2.200 bambini.
Ma con la seconda Guerra Mondiale, l'infaticabile donna s'occupò anche dei nostri soldati operanti nel freddo e nel gelo delle terre balcaniche, tant'è che organizzò il rifornimento d'indumenti adeguati, prodotti dalle sue volontarie, da Tirana al Montenegro. Nel contempo prese contatto con un celebre scenografo russo della "Scala" per dar vita ad un suggestivo spettacolo nel corso del quale, al Lirico, si esibì come cantante (il "pezzo forte", naturalmente, furono le "Canzoni del Canale", vale a dire quelle che, con la sua voce vibrante e gentile, aveva dedicato ai legionari dell'Impero). Furono tre serate indimenticabili. Con il 25 luglio 1943, suo marito si ritrovò nuovamente senza lavoro, ma il peggio accadde dopo il 25 aprile del 1945 quando, sfollata per i bombardamenti a Giussano (mentre la sua casa di Anzio s'era trovata nella "testa di ponte), si vide prelevata, assieme al marito, da un nugolo di energumeni partigiani che scaricatala poi da un camion, la presero a calci e la trascinarono, con insulti osceni, fino ad un luogo dove la terra era vistosamente chiazzata da macchie di sangue.
Lì era stata uccisa un'altra donna, un'Ausiliaria, ed i partigiani le dissero chiaramente che quella sarebbe stata anche la sua fine. Suo marito, disperato si gettò davanti a lei gridando: "Uccidete me! Lei ha fatto solo del bene!"
I "giudici" partigiani erano tre e qui accadde l'incredibile. Il più anziano dei tre riconobbe Maria Uva e disse: "E' vero ha fatto del bene a mio figlio. Se le facessi del male, lui non me lo perdonerebbe".
Non soltanto la lasciò andare, ma le regalò un pezzo di formaggio perchè si sfamasse.
Quando ritornò a Giussano, la popolazione era in fermento poichè intendeva liberarla dalle grinfie dei partigiani. L'accolsero perciò con grande calore.
Ma le peripezie di Maria Uva non cessarono per questo. Il cognato Francesco era morto sotto le bombe americane, un altro familiare era finito in Russia.
Lei si trasferì col marito a Bisceglie, dove poi conobbe un buon amico, Vito Canainello, il realizzatore del grattacielo di Bari. Poi da Roma andò a Nettuno dove, con Pasquale, visse in una trattoria, mentre il produttore israelita Morris Ergas, già legato alla Pampanini e poi alla Sandra Milo, aveva acquistato da lei casa e mobili. I coniugi Uva decisero infine di trasferirsi al nord, precisamente nella tranquilla Meldola, dove ebbero occasione di stringere amicizia con Plinio Pesaresi, già comandante di Giorgio Albertazzi nella RSI, nonchè col noto prof. Sartini, di chiari sentimenti fascisti.
Maria Uva, naturalmente, non hai mai rinnegato i sentimenti e le convinzioni della sua giovinezza. E' stata "madrina" in numerose manifestazioni missine e combattentistiche. Io stesso la conobbi, negli anni Cinquanta, nella Federazione forlivese del MSI. Negli anni Sessanta, nel corso di una manifestazione alla presenza del leggendario Generale Bergonzoli ("Barba Elettrica"), Maria ricevette l'omaggio di ben otto Medaglie d'Oro. Particolarmente intensi ed affettuosi i suoi rapporti con Donna Rachele ("era mia sorella", dice).
Oggi questa donna straordinaria, alla quale stanno dedicando una tesi di laurea presso l'Università di Bologna (il che è tutto dire), vive in precarie condizioni economiche. Vive in solitudine il tramonto della sua vita così intensa e coraggiosa, poichè l'Italia sembra proprio aver dimenticato colei che fu il simbolo di una giovinezza piena di ideali e di entusiasmi.
Sarebbe doveroso testimoniarle una concreta solidarietà. Lo merita per il suo splendido passato e per la sua attuale esistenza, fatta di dignitosa povertà e di silenziose incancellabili memorie.

LINEA Quotidiano del 3 Dicembre 1999

LO SPARTITO ORIGINALE DI FACCETTA NERA DEL 1935




Maria Uva ormai quasi centenaria nella Casa di Riposo di Meldola (FO)